News: Il caso Cambridge Analytica: il nostro pensiero

La notizia è ormai nota ai più. Negli ultimi giorni, infatti, tutti abbiamo sentito parlare ripetutamente dell’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook e nelle nostre orecchie, ormai, riecheggia solo un nome: Cambridge Analytica. Tale azienda avrebbe utilizzato i dati sottratti per fare pubblicità altamente personalizzate su ogni singola persona e, cosa più importante, i suoi responsabili sostengono di riuscire a far leva non solo sui gusti degli utenti, come fanno già altri sistemi analoghi di social media marketing, ma sulle loro emozioni.

Un fatto sconcertante che, secondo l’opinione di tanti, dimostra quanto i social network fatichino a tenere sotto controllo le informazioni in esso contenute ed il modo in cui esse possano essere utilizzate. La  cosa, poi, può diventare ancora più allarmante se si riflette sul fatto che i dati in questione sono, in soldoni, quelli di tutti noi.

Ma attenzione! Siamo così sicuri che la colpa sia di Facebook, di quel gran cattivone cybernetico che, apparentemente senza il nostro consenso, divulga le nostre informazioni personali a terzi occasionali?
La risposta è NO.

Facebook no, non ruba i nostri dati. Siamo noi che glieli forniamo tutti i giorni, interagendo con gli altri utenti, condividendo le nostre vite e acconsentendo all’acquisizione delle informazioni che più ci riguardano ogni volta che utilizziamo estensioni del network come quiz e giochi.

Facebook no, non ha utilizzato i nostri dati per fini illeciti, cosomai non è stato in grado di proteggerli fino in fondo da chi li usa per tali scopi. Per di più bisogna dire che i dati in questione non sono nulla di segreto, intimo e personale, visto che si tratta esattamente delle azioni che svolgiamo ogni giorno pubblicamente sulla piattaforma in questione, condividendole potenzialmente con milioni di persone.

Volendo spezzare una lancia in favore del colosso di Zuckerberg, infatti, possiamo affermare che il social mette sì i nostri dati ogni giorno a disposizione degli inserzionisti, ma lo fa altresì rispettando la privacy (si tratta di dati anonimi, mai con nome e cognome). Indubbio, poi, è il fatto che Facebook debba migliorare la protezione dei nostri dati, e in parte lo sta già facendo, ma siamo noi che dobbiamo prendercene cura per primi ammesso che la cosa ci interessi e capire la preziosità di tali informazioni.

In fondo perché dovremmo esporre in pubblica piazza le nostre preferenze, i nostri gusti, i nostri interessi nonché le nostre passioni? E, per contro, perché allarmarsi tanto per gli algoritmi dei grandi social network? Essi ormai rappresentano uno strumento pubblicitario potentissimo, capace sì di orientare scelte politiche e commerciali, tuttavia non molto dissimile dai grandi media offline, giornali e tv per citarne alcuni.

In conclusione, nonostante l’incidente capitato in questi ultimi giorni, Facebook non smetterà di esistere né di continuare ad operare secondo il proprio core business. Tuttavia sarà necessario prestare una maggiore attenzione alla tutela dei dati. Da parte degli utenti, quindi da parte nostra, in primis.